Innanzitutto due cose.
Prima. Ogni volta che qualcuno mi fa notare che scrivo pochissimo su questo blog, mi assale un perturbante senso di colpa e mi sento in dovere di fare qualcosa per rimediare.
Seconda. Mi sono resa conto di non avere scritto una sola parola sul mio viaggio a New York di fine gennaio. E sono passati più di due mesi.
Quindi eccomi qui. Tornata. A parlare di New York.
Per svariati motivi a me incomprensibili, sono in parecchi a detestarla. E ogni volta sento l'obbligo morale di spiegare perché io invece la amo. Ma non sono mai certa di riuscire nel mio intento. Potrei dilungarmi per giorni a raccontare ogni singolo istante della mia vacanza, ma non credo sia questo il punto. Amare qualcuno (o qualcosa) spesso trascende dalla mera razionalità e sconfina nell'inspiegabile. Non è un oggetto tangibile, ma un concetto metafisico. Quindi? Come si fa a spiegarlo?
Per come la vedo io, l'unica è ricorrere a degli esempi pratici. Raccontare gli effetti materiali che produce su di me. Qualcosa in cui sia facile immedesimarsi. O almeno comprendere.
Credo di aver scritto almeno un milione di volte che New York mi fa sempre uno strano effetto. Un effetto cinematografico. La si vede così tante volte sullo schermo della tivù o del cinema, che sembra non ci sia mai nulla di nuovo. Tutto vecchio e già noto. Ma credetemi... tra il vedere un film dove le persone pattinano sul ghiaccio a Central Park e il pattinare effettivamente sul ghiaccio a Central Park c'è una bella differenza! Soprattutto se all'improvviso il cielo si apre, l'azzurro si fa strada e il sole irrompe sulla scena. Perfetto. Come nei film...
E restando in tema di film. C'erano due posti che volevo assolutamente vedere. Non ci ero mai riuscita nei miei viaggi precedenti. Il Carl Schurz Park e Coney Island. "La 25ma ora" e "I guerrieri della notte". Se vi devo dare altri dettagli, lasciate stare. Passate al punto successivo.
Nel parco che affaccia sull'East River, all'altezza dell'86ma strada, ho rivisto Monty Brogan e il cane Doyle. L'alba dell'ultimo giorno di libertà. Il faro. L'oceano sullo sfondo. La ragazza che fa jogging. Lo sguardo durissimo di Monty. Il rientro a casa.
Raggiungere Coney Island è stata una vera e propria avventura. Ci si arriva con la metro. Linea N. Da midtown ci vuole un'oretta. La stagione (fine gennaio) non era esattamente la più indicata. Ragione per cui, man mano che ci si allontana da Manhattan attraversando Brooklyn, i treni si svuotano. Completamente. E le fermate della metro assumono l'aspetto di anticamere dell'inferno, dove nessuno sale né scende. Fino a raggiungere il capolinea: Stillwell Av.
Però a quel punto sei a Coney. Un mondo a parte. Attraversi un immenso luna park deserto, considerata la stagione, e raggiungi la spiaggia. L'oceano. Il pontile. Il lungomare fatto di assi di legno. E allora rivedi i Guerrieri, all'alba, sulla spiaggia, finalmente a casa, dopo una notte intera spesa a salvarsi la pelle, dal Bronx fino a qui. Coney Island. E allora capisci che ne è valsa la pena. E speri di tornarci ancora, magari con il sole. Magari a fare un giro di Thunderbolt.
E poi una sera, la tua amica di mille avventure in giro per il mondo decide che bisogna cenare in un posto super trendy. Consigliatissimo. Gotham West Market. Tra la 44ma West e la 11ma Av. a Hell's Kitchen. Si è già fatta una certa, quindi si decide di chiamare un Uber per portarci in loco. Posto pazzesco. Ramen da urlo. Nomea meritatissima. Ma a quel punto, chissà perché, si decide che non ci si può sempre basare su Uber. Ci sono i mezzi pubblici, no? New York è famosa anche per questo. I mezzi qui funzionano H24. E allora via, si prende un autobus! Che sarà mai?! Ore 23 circa. Hell's Kitchen. Non si chiama così per niente. Ci sarà un motivo. Alla fermata non c'è nessuno. Poi si avvicina un tizio. Potrebbe essere un modello di Armani o un serial killer. Niente panico. La nostra app dice che il bus sta arrivando. Hell's Kitchen. In fondo è solo un nome come un altro. Quarto Oggiaro, per dire. L'autobus arriva, si ferma, le porte si spalancano. Alla guida una signora di colore di mezza età. Sorride e urla: "Ecco il vostro taxi, guys!". Al momento mi sfugge il senso. Capisco un attimo dopo: il bus è vuoto. Solo per noi. Ci accomodiamo in fondo, come in gita scolastica e la paura scompare. Hell's Kitchen è una figata!
E per finire. Due menzioni d'onore. Che non posso sottacere. Frank Gehry a New York (IAC Building sulla 18ma West e Beekman Tower a Lower Manhattan) e il Memoriale a Ground Zero. Imperdibili. Emozionanti. Belli da fare male.
...e se ancora non sono riuscita a farvi amare New York...non dubitate che ci riproverò molto presto.
Prima. Ogni volta che qualcuno mi fa notare che scrivo pochissimo su questo blog, mi assale un perturbante senso di colpa e mi sento in dovere di fare qualcosa per rimediare.
Seconda. Mi sono resa conto di non avere scritto una sola parola sul mio viaggio a New York di fine gennaio. E sono passati più di due mesi.
Quindi eccomi qui. Tornata. A parlare di New York.
Per svariati motivi a me incomprensibili, sono in parecchi a detestarla. E ogni volta sento l'obbligo morale di spiegare perché io invece la amo. Ma non sono mai certa di riuscire nel mio intento. Potrei dilungarmi per giorni a raccontare ogni singolo istante della mia vacanza, ma non credo sia questo il punto. Amare qualcuno (o qualcosa) spesso trascende dalla mera razionalità e sconfina nell'inspiegabile. Non è un oggetto tangibile, ma un concetto metafisico. Quindi? Come si fa a spiegarlo?
Per come la vedo io, l'unica è ricorrere a degli esempi pratici. Raccontare gli effetti materiali che produce su di me. Qualcosa in cui sia facile immedesimarsi. O almeno comprendere.
Credo di aver scritto almeno un milione di volte che New York mi fa sempre uno strano effetto. Un effetto cinematografico. La si vede così tante volte sullo schermo della tivù o del cinema, che sembra non ci sia mai nulla di nuovo. Tutto vecchio e già noto. Ma credetemi... tra il vedere un film dove le persone pattinano sul ghiaccio a Central Park e il pattinare effettivamente sul ghiaccio a Central Park c'è una bella differenza! Soprattutto se all'improvviso il cielo si apre, l'azzurro si fa strada e il sole irrompe sulla scena. Perfetto. Come nei film...
E restando in tema di film. C'erano due posti che volevo assolutamente vedere. Non ci ero mai riuscita nei miei viaggi precedenti. Il Carl Schurz Park e Coney Island. "La 25ma ora" e "I guerrieri della notte". Se vi devo dare altri dettagli, lasciate stare. Passate al punto successivo.
Nel parco che affaccia sull'East River, all'altezza dell'86ma strada, ho rivisto Monty Brogan e il cane Doyle. L'alba dell'ultimo giorno di libertà. Il faro. L'oceano sullo sfondo. La ragazza che fa jogging. Lo sguardo durissimo di Monty. Il rientro a casa.
Raggiungere Coney Island è stata una vera e propria avventura. Ci si arriva con la metro. Linea N. Da midtown ci vuole un'oretta. La stagione (fine gennaio) non era esattamente la più indicata. Ragione per cui, man mano che ci si allontana da Manhattan attraversando Brooklyn, i treni si svuotano. Completamente. E le fermate della metro assumono l'aspetto di anticamere dell'inferno, dove nessuno sale né scende. Fino a raggiungere il capolinea: Stillwell Av.
Però a quel punto sei a Coney. Un mondo a parte. Attraversi un immenso luna park deserto, considerata la stagione, e raggiungi la spiaggia. L'oceano. Il pontile. Il lungomare fatto di assi di legno. E allora rivedi i Guerrieri, all'alba, sulla spiaggia, finalmente a casa, dopo una notte intera spesa a salvarsi la pelle, dal Bronx fino a qui. Coney Island. E allora capisci che ne è valsa la pena. E speri di tornarci ancora, magari con il sole. Magari a fare un giro di Thunderbolt.
E poi una sera, la tua amica di mille avventure in giro per il mondo decide che bisogna cenare in un posto super trendy. Consigliatissimo. Gotham West Market. Tra la 44ma West e la 11ma Av. a Hell's Kitchen. Si è già fatta una certa, quindi si decide di chiamare un Uber per portarci in loco. Posto pazzesco. Ramen da urlo. Nomea meritatissima. Ma a quel punto, chissà perché, si decide che non ci si può sempre basare su Uber. Ci sono i mezzi pubblici, no? New York è famosa anche per questo. I mezzi qui funzionano H24. E allora via, si prende un autobus! Che sarà mai?! Ore 23 circa. Hell's Kitchen. Non si chiama così per niente. Ci sarà un motivo. Alla fermata non c'è nessuno. Poi si avvicina un tizio. Potrebbe essere un modello di Armani o un serial killer. Niente panico. La nostra app dice che il bus sta arrivando. Hell's Kitchen. In fondo è solo un nome come un altro. Quarto Oggiaro, per dire. L'autobus arriva, si ferma, le porte si spalancano. Alla guida una signora di colore di mezza età. Sorride e urla: "Ecco il vostro taxi, guys!". Al momento mi sfugge il senso. Capisco un attimo dopo: il bus è vuoto. Solo per noi. Ci accomodiamo in fondo, come in gita scolastica e la paura scompare. Hell's Kitchen è una figata!
E per finire. Due menzioni d'onore. Che non posso sottacere. Frank Gehry a New York (IAC Building sulla 18ma West e Beekman Tower a Lower Manhattan) e il Memoriale a Ground Zero. Imperdibili. Emozionanti. Belli da fare male.
...e se ancora non sono riuscita a farvi amare New York...non dubitate che ci riproverò molto presto.












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