Ma a volte la città rischia di essere alienante. Tutte le mattine, sempre la stessa strada, lo stesso percorso, gli stessi marciapiedi, le stesse vetrine. Basta un attimo di distrazione e ti ritrovi in ufficio, seduta alla scrivania, con lo sguardo perso, a domandarti come ci sei arrivata.
E allora, per sconfiggere la noia e la ripetitività quotidiana, bisogna fissarsi degli obiettivi, costruire dei progetti, motivarsi. Io per esempio mi sono virtualmente innamorata di un tizio, che chiameremo Il Greco. Poi capirete perchè.
Vorrei potervi dire come è cominciata, ma non me lo ricordo con esattezza. So per certo che tutte le mattine salgo sulla metropolitana a Famagosta. Utilizzando sempre la stessa porta (una scelta ponderata, che ottimizza l'uscita a Porta Genova). Più o meno allo stesso orario. Otto e venti, otto e trenta. Traffico permettendo. Imprevisti permettendo.
Non so come e non so bene quando, ma ad un certo punto è arrivato Il Greco. All'inizio non si chiamava così. Era solo un tizio che prendeva la metropolitana a Famagosta, utilizzando sempre la stessa porta (quella dopo la mia), più o meno alla stessa ora. Ma una volta notata la sua presenza, l'appuntamento con lui è diventato un must. Sono stata "costretta" a calibrare il mio arrivo con grande precisione. Lui infatti è molto più puntuale di me: otto e trenta, massimo otto e trentadue. Mai prima, mai dopo. Una puntualità piacevole, ma per certi versi inquietante. Come fa ad essere così preciso? Come riesce a non sgarrare mai?
Giorno dopo giorno ho iniziato a chiedermi sempre più cose su di lui. Abbigliamento casual: che lavoro farà? Borsa consunta a tracolla: cosa ci sarà dentro? Auricolari fissi nelle orecchie: cosa ascolterà? Quale sarà il suo nome? Quanti anni avrà? E via dicendo. Giorno dopo giorno ho iniziato ad affezionarmi. E poi non dimentichiamo che lui è pure bello. Alto. Spalle larghe. Capelli corti e scuri. Profilo greco (no, non è questo il motivo del suo "nome"). Occhio furbetto.
Ora. Non prendetemi per pazza. Non sono una stalker che si apposta dietro gli angoli e fissa le persone di nascosto. Semplicemente, quei cinque minuti tra Famagosta e Porta Genova sono diventati un momento di pura evasione e deliquio adolescenziale. Tanto che, quando per cause di forza maggiore faccio tardi al mio appuntamento con Il Greco, mi si prospetta una pessima giornata. E quando invece arrivo in anticipo per cause inesplicabili, me ne sto un po' lì, a cincischiare sulla banchina, lasciando passare un treno o due, finché non lo vedo arrivare.
Qualche volta, per colpa del super affollamento, siamo saliti dalla stessa porta. Ma sono stati rari casi. A nessuno dei due piace cambiare. In quei rari casi però ho potuto osservarlo da vicino (gran bel culo, tra parentesi). Gli piace stare davanti alle porte, anche se poi non deve scendere. Però si fa da parte per far passare le persone (e questo depone a suo favore. Non è uno di quegli stronzi che si piazzano davanti alla porta e non li schiodi nemmeno a cannonate).
Nel corso dei mesi è passato dal giaccone pesante, al giubbotto in pelle, alle t-shirt. E da quando ha le maniche corte, ho notato due tatuaggi sul retro delle braccia. Uno sul braccio destro e uno sul sinistro. Sono due scritte. In greco. E io non conosco il greco. Quindi da settimane mi sto chiedendo cosa avrà mai scritto sulle braccia. E purtroppo non siamo mai abbastanza vicini da poterle inquadrare con il telefono, per poi farmele tradurre da una app.
...e così ho deciso di chiamarlo Il Greco. Stamattina indossava una maglietta grigia. E sono follemente innamorata di lui.
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