Non sopporto le polemiche. Soprattutto quando ho la sensazione che siano inutili e infantili. E di solito preferisco non entrarci, perchè a discutere con uno sciocco, si sa... si rischia di tramutarsi in sciocchi noi stessi.
Ma stavolta proprio non ce la faccio a starmene zitta.
Da ieri la rete è invasa dagli hashtag #boycottdolceegabbana e #boycotteltonjohn. La diatriba scaturisce da un'intervista di Panorama a Dolce e Gabbana (che sono due persone distinte e non un'unica entità, come spesso pare di intuire dai commenti). Il motivo del contendere è che, nella suddetta intervista, Domenico Dolce, che di mestiere fa lo stilista, risponde (anche) a domande di carattere personale, esprimendo (come ovvio) le sue opinioni.
Tragedia greca! Sir Elton John, in totale disaccordo con le suddette opinioni, è partito alla guida del boicottaggio, seguito da un codazzo di personaggi che non vedevano l'ora di cavalcare la polemica della settimana.
Ora, con tutto il rispetto di cui sono capace, le opinioni di Domenico Dolce mi interessano tanto quanto quelle del tizio che mi fa la revisione della caldaia o del ginecologo che mi fa il pap-test. Ovvero, meno di zero. Tutti quanti abbiamo delle opinioni e se devo preoccuparmi delle idee di ciascuno, allora non ne usciamo più.
Per carità, lui è un personaggio famoso e dunque ci si aspetta che qualche giornalista gli chieda conto del suo privato. Per carità, possiamo discutere sull'uso infelice di certi termini come "bambini sintetici", "figli della chimica" o simili. Ma qui finisce la storia. Non è che tutti dobbiamo essere d'accordo su tutto. Eventualmente, posso anche decidere di non leggere le sue opinioni, se proprio mi disturbano. Eventualmente, posso garbatamente esprimere il mio disaccordo. Eventualmente.
Ma di qui a boicottare il marchio D&G... ce ne corre.
Oltretutto per quale motivo dovrei boicottarlo? Cosa c'entrano le opinioni di Domenico Dolce sulla paternità e sulle famiglie gay con la sua capacità di creare vestiti e accessori? Ad essere onesta, mi sfugge. L'unico mio discimine nel scegliere se acquistare o meno quel marchio è che rispecchi il mio gusto e che interpreti il mio modo di apparire. Detto questo, cosa pensa lo stilista in materia di religione, famiglia, preferenze sessuali... o cosa mangia a colazione... o cosa legge nel suo tempo libero... non mi frega un accidente.
Idem per il tecnico della caldaia. Idem per il ginecologo. Tutti ciò che mi interessa è che sappiano fare il loro lavoro.
I contestatori di professione obietteranno che, essendo D.D. dichiaratamente gay, allora deve anche essere favorevole alla famiglia gay. Ma chi lo dice? Allora, siccome io sono italiana, devo per forza amare la cucina italiana? E se invece preferissi il sushi? Non mi permetterei mai di dire che tutti devono amare il sushi o che chi non lo ama è un cretino, ma neppure gradisco che mi si attacchi se dico che non mi piace la cucina italiana.
Ecco, io questa polemica proprio non la capisco. Mi sembra un battibecco tra bambini dell'asilo: se non stai dalla mia parte, allora io non gioco più con te. E bisogna per forza schierarsi, altrimenti sei fuori dal gruppo. Ma per favore!
Io non ho intenzione di boicottare nessuno. Boicotterò Dolce&Gabbana quando smetteranno di creare bei vestiti e boicotterò Elton John quando smetterà di comporre belle canzoni. Fine della storia.
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