sabato 8 dicembre 2018

IL DR. HOUSE NON ESISTE...

È passato un mese esatto da quando una macchina mi ha investita e no, le cose ancora non si sono aggiustate. Il dolore mi accompagna sempre, come un cane fedele. Non mi molla mai.
Faccio ancora fatica a vestirmi, a portare la borsa, a stare seduta, a camminare eretta. Faccio ancora fatica a dormire una notte intera. Mi sento stanca, impaurita, bisognosa.
Detesto sentirmi così. Odio avere bisogno, chiedere aiuto. Odio avere paura di attraversare la strada. Odio rabbrividire ad ogni passo sulle strisce pedonali. Odio avere un osteopata, un medico legale e un avvocato.
Odio non riuscire più ad indossare i vestiti che avevo quella sera. Odio sentirmi fragile e impotente. Odio che le persone mi dicano che poteva andare peggio.
È passato un mese esatto, ma io non sono guarita.

Mi capita spesso di ripensare a quella sera. Quella manciata di secondi perduti e poi il terrore cieco e sordo. L'irrazionale convinzione di essere morta. L'incapacità di capire l'accaduto.
L'ambulanza, il pronto soccorso. L'impossibilità di muoversi, di interagire. Legata come un salame alla tavola spinale. Il collare cervicale rigido. Tutto ciò che vedi è il soffitto. Senti le persone che parlano, ma non capisci se parlano con te.
Mia madre che mi tiene la mano, ma ad un certo punto la lascia. Senti qualcuno che dice "Qui non può entrare". E poi sei sola.
Ogni tanto qualcuno si sporge nel tuo campo visivo e ti chiede qualcosa. Random.
-Ti ricordi cosa è successo?
-Come ti chiami?
-Prendi qualche farmaco?
-Quanti anni hai?
-Dove ti fa male?
-Sei incinta?
-Riesci a muovere i piedi?
Quella sera ho ricalcolato e ricalibrato il mio senso del pudore, la mia soglia del dolore, il mio livello di imbarazzo tollerabile. Quella sera mi si sono sballati tutti i limiti di accettabilità.
Quella sera ho scoperto che la vergogna scompare di fronte al dolore. Il mascara sbavato, le ginocchia sanguinanti, i capelli scompigliati, la ceretta imperfetta...tutto passa in secondo piano, quando il tuo unico pensiero è che fra i tanti volti che ti girano intorno ci sia almeno un emulo del dr. House.

Ma il dr. House non esiste. 
Esistono schiere di medici-ragazzini e infermieri impacciati. Barellieri filippini che parlano a stento l'italiano. Esiste qualcuno che ogni tanto viene a dirti che bisogna aspettare. E tu aspetti. Legata come un salame e con il collo bloccato. Aspetti. E speri tanto di continuare a respirare e ti domandi "Se smettessi di respirare qualcuno se ne accorgerebbe?".
Non è un bel film. Non c'è proprio nulla che somigli a un film.
E anche dopo un mese esatto ti restano la paura e il freddo. Il dolore e il terrore. Il bip bip del monitor e le urla di un drogato che lo sovrastano. Il lettino scomodo e un camice di carta crespa. I piedi gelidi e le luci accecanti. Il tempo che non passa mai. Una dottoressa giovanissima che ti porta una tachipirina alla fragola con un sorriso. E tu che ti accorgi che il sorriso è più efficace della tachipirina.

Quando finalmente alle 2 e mezza di notte ti dicono che puoi andartene, non ti importa più nulla del dr. House. Ti togli il camice di carta crespa, lì davanti a tutti, e poi cerchi di rimetterti i tuoi vestiti, tirandoli fuori da un sacchetto di plastica. Sono ridotti a uno schifo, accartocciati come immondizia. Avevi una camicetta di seta rosa che sembra appena uscita da sotto una pressa. Un groviglio di pieghe, come se non venisse stirata dal 1993.
A quel punto guardi tua madre, mentre sei lì, mezza svestita, con la testa che pulsa e ogni angolo del corpo che urla dal dolore...e le dici "No, quella camicetta conciata così non me la metto".
Ecco, lì capisci che, grazie a Dio, ti rimane ancora qualche briciola di dignità. Un vago sentore di pudore. Un barlume di amor proprio.
Poi certo se ne va' tutto al diavolo appena tua madre ti fulmina con lo sguardo e ti dice di non fare storie e di rivestirti all'istante!
"Andiamo a casa" ti dice. E tu capisci che il pudore può aspettare ancora un po'.

È ormai passato un mese da quella sera, ma quella camicetta, ora fresca di tintoria, ancora non riesco a indossarla.
E no, non sono guarita.

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