Ho cercato di tacere sull'argomento. Ma è più forte di me. Non riesco proprio a tenermela. Mi sento coinvolta da un sentimento irrazionale. Intenso. Ancestrale.
Non vi so davvero spiegare per quale motivo io senta così forte il richiamo della mia terra d'origine. D'origine dei miei genitori, in effetti. Essendo io nata a Pavia. È qualcosa di iscritto nel dna, suppongo. Il mio cuore sobbalza ogni volta che si parla, nel bene e nel male, della regione friulana. Percepisco un legame con i luoghi e con la gente, come se fossero tracciati indelebilmente sulla mia pelle. E forse, in un certo senso, è proprio così.Ecco allora che mi commuovo quando ascolto i canti degli alpini. Quando leggo i racconti degli anziani. Quando vedo in televisione qualche zona familiare.
Il Friuli Venezia Giulia, tra tutte le regioni italiane, è forse quella che finisce più di rado nelle cronache dei tiggì. E quando accade è quasi sempre per una catastrofe naturale o per qualcosa che non dipende dalla volontà dei sui abitanti. Questo perché i friulani sono persone che non amano apparire, a cui non piace stare al centro dell'attenzione. Sono persone orgogliose, che non chiedono aiuto. Sono persone fiere e determinate. Persone che non si arrendono mai. Qualcuno dice scontrose e taciturne. Rigide e un po' chiuse. Può darsi che sia così, ma hanno anche un cuore grande e generoso come poche altre. Lo slogan che la Regione ha scelto per sponsorizzare il turismo è: "Ospiti di gente unica". E potete crederci.
Ora. Tutta questa lunga premessa per arrivare dove? Per parlarvi di un uomo di origine friulana che ha occupato stabilmente le cronache delle ultime settimane. Era sulle prime pagine dei giornali e nei servizi di apertura dei telegiornali. Ha ispirato dibattiti e talk show. Ha mobilitato la chiesa e la politica. Ha spaccato l'opinione pubblica. Ha combattuto una lunga battaglia durata 17 anni. E credetemi: non avrebbe voluto.
Io lo capisco. Al suo posto avrei vissuto il mio dolore nel silenzio. Senza clamori. Me lo sarei tenuto stretto e non l'avrei condiviso con nessuno. Perché quella è la mia (e la sua) natura. Ma non è andata così. Perché l'uomo di cui vi parlo ha deciso di percorrere una strada difficile e coraggiosa. Che l'ha obbligato a rendere pubblica la sua sofferenza, il suo strazio. La pena per una figlia perduta, ma allo stesso tempo ancora legata a questo mondo da tubi e macchine. Non so neppure immaginare quanto possa essere insopportabile. Dover soffrire con gli occhi di una nazione intera puntati addosso. Percorrendo le infinite vie della legge e della giustizia. Scegliendo di rispettare le volontà di una figlia che non poteva più farle rispettare da sola.
Per 17 anni quest'uomo è andato contro la sua natura silenziosa e fiera. Ha chiesto aiuto. Ha preteso giustizia. E io mi sono commossa ogni volta che l'ho sentito parlare. Perché capivo quanto fosse difficile per lui. E mi ha sconcertato vedere la quantità di persone che si sono permesse di attaccarlo, di insultarlo o peggio ancora di giudicarlo. Alla fine, quando la vicenda si è conclusa nel modo che tutti sapete, lui ha chiesto ciò che non aveva più potuto chiedere da 17 anni a questa parte: di essere lasciato solo. Finalmente.
L'altro giorno, ho visto in televisione il servizio sul funerale della figlia. Celebrato tra le montagne della Carnia. Con la neve ancora sulle strade. Ho sentito le parole del prete e dei concittadini. Tutti chiedevano solamente di essere lasciati in pace. Ora quella ragazzina mai davvero cresciuta riposa accanto al nonno. Sui monti. Nel silenzio e nella fierezza della sua terra d'origine. E per come la vedo io, nessuno dovrebbe avere il diritto di aggiungere altro.
sono friulana anche io (parte della mia famiglia viene proprio di quel paese della Carnia) e concordo con ogni parola che hai detto. grazie.
RispondiEliminaGrazie per le tue parole. Sono felice che condividi quello che ho scritto... per me è l'ulteriore conferma che esiste un certo qual senso di "appartenenza" a quella terra, inspiegabile dalla sola razionalità.
RispondiEliminaUn abbraccio