domenica 22 febbraio 2009

L'INSOSTENIBILE LEGGEREZZA DEL DOLORE

Scusate la lunga latitanza, ma questi ultimi giorni sono stati per me intensi e sofferti. Toccanti e dolorosi. Emozionanti e bruttissimi. Strazianti e poetici.
E il grosso guaio del dolore è che è impalpabile, non si può spiegare a parole. Bisogna viverlo sulla propria pelle, oppure vederlo nei volti di chi ci circonda. Solo allora diventa reale e palpabile. Ma resta sempre assai difficoltoso da raccontare.
Oggi sono stata, mio malgrado, ad un funerale. I funerali non piacciono a nessuno... men che meno alla sottoscritta. Ma questo funerale è stato molto particolare, come non se ne vedono spesso. Io vivo in un piccolo paese di campagna, in mezzo alle risaie del sud-ovest di Milano. Quindi è stato emozionante vedere la mia chiesa affollata all'inverosimile. Io ero lì quasi un'ora e mezza prima della celebrazione e mi sono accaparrata uno degli ultimi posti a sedere. Sull'altare c'erano qualcosa come trenta e più sacerdoti. Le autorità civili. Il maresciallo dei Carabinieri. Il coro delle grandi occasioni. E poi la gente. Tanta, tanta, tanta gente.
Il merito di questa partecipazione eccezionale sta tutto nella breve vita della persona che ci ha lasciato. Si dice che quando uno muore si ricordano solo i suoi pregi e si dimenticano i difetti. Mia nonna diceva sempre che tutti diventano santi quando muoiono. Ma stavolta parliamo di un'eccezione. Parliamo di un uomo che ha dedicato la sua vita a qualcosa di grande.
Mi è davvero difficile parlarvi di come mi sento. Perchè il dolore è difficile da raccontare. Quindi vi dirò qualcosa in più di lui.
Lui aveva sempre un sorriso negli occhi, oltre che sulla bocca. Sapeva entrare con garbo nella tua vita, senza mai invaderla. Sapeva chiedere le cose con gentilezza, mai con arroganza. Sapeva capire le persone. Tutte le persone, con le loro mille e più sfumature. Sapeva capire me. Perchè era nato sui monti e vi era profodamente legato. Amava la natura e i suoi silenziosi misteri. Come me necessitava della pace e della quiete che solo i boschi e le montagne sanno darti. Trasmetteva gioia. Tra i milioni di parole esistenti aveva il dono di dire sempre quella giusta, quella più azzeccata. Quella che ti faceva riflettere. Sapeva come toccarti le corde del cuore. Conquistava i giovani e i vecchi. Ti coinvolgeva con il suo entusiasmo e la sua intraprendenza. Si ricordava di tutti. Era umile e lieve. Profondo e sensibile.
Di mestiere faceva il prete. Aveva solo 48 anni. Si chiamava don E. e per un crudele scherzo del destino è stato portato via proprio da quella montagna che tanto amava. La montagna di Renzo e Lucia.
In questo momento a me sfugge la poesia di tutta questa vicenda... percepisco solo lo strazio e il senso di vuoto. Ma forse tutti quanti voi che non lo conoscevate e che non potete vedere il nostro dolore... ecco, forse voi riuscirete ad intuire la poesia. E scoprirete una inaspettata bellezza nella storia che vi ho raccontato. O almeno me lo auguro.

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