Qualche volta capita. Una città rabbiosamente caotica, un pomeriggio di novembre piacevolmente tiepido, una libreria altrimenti banale… tutto si fonde. Per trasformarsi in un'occasione. In un piacere.
Non capita spesso, ma capita.Ieri pomeriggio sono andata alla libreria Mondadori di via Marghera, a Milano, per la presentazione di "Train du reve". L'ultimo libro di Francesca Mazzucato. Insieme a lei c'erano Eliselle e Gian Paolo Serino.
Si è parlato di molte cose. Soprattutto di treni, di viaggi e di scrittori. Si respirava nell'aria l'amore per le parole e l'urgente desiderio di raccontare.
Mi è capitato spesso di parlare dei treni, anche in questo blog. I treni mi piacciono perché somigliano alla vita: quando ci sali, non sai mai quello che ti capita. Ogni volta è una sorpresa, una scoperta. Puoi conoscere gente odiosa o interessante. Puoi divertirti oppure annoiarti. Ma ciò che più conta è predisporsi ad ascoltare, osservare, annusare, assorbire.
Il libro di Francesca parla di un viaggio in treno, da Bologna a Ventimiglia. Ad ogni capitolo corrisponde una stazione ferroviaria. Ad ogni fermata si aggiunge un personaggio. L'atmosfera diventa di volta in volta onirica, surreale o violentemente realistica. Palpabile. L'io narrante si fa cantastorie, dando voce alle vite con cui entra in contatto.
Perché alla fine, cosa conta di più? Viaggiare o giungere a destinazione? Qual è lo sprone del viaggiatore, la ricerca oppure la fuga? Perché le persone in treno raccontano sempre delle storie? Dipende dal loro bisogno di attenzione oppure siamo noi che inviamo un messaggio di apertura nei loro confronti? E soprattutto: perché tutto questo non accade sugli aerei, negli autobus o in metropolitana? Provate a pensarci…
Durante le presentazioni dei libri, prima o dopo, si arriva sempre a parlare di scrittori. Sembra scontato, quasi doveroso. Ma se ci fate caso, gli scrittori non ne escono mai tutti interi. Per bene che vada, vengono definiti narcisisti ed egocentrici. Niente di nuovo… il più delle volte sono gli stessi autori a descriversi in quei termini. A pieno titolo, direi.
Narcisismo, egocentrismo e manie ossessive sono le caratteristiche base di ogni scrittore. Se così non fosse, si farebbe un altro mestiere.
Ma c'è una simpatica leggenda metropolitana che trotterella attorno all'argomento. E più frequento le presentazioni e più mi succede di sentirla ripetere. Ovvero. Non si dovrebbe mai conoscere di persona uno scrittore che si ammira. O meglio ancora, secondo una variazione sul tema espressa ieri, si dovrebbero ammirare solo scrittori defunti.
Il motivo? Perché l'oggetto della tua ammirazione, visto troppo da vicino, finisce immancabilmente per deluderti. Per dire qualcosa di sciocco. Per fare qualcosa di ignobile. Per essere, nella migliore delle ipotesi, una persona banale e ordinaria.
Io lo condivido fino ad un certo punto. Credo che la leggenda valga un po' per tutto: se idealizzi troppo qualcuno, è ovvio che ne avrai una delusione. Il trucco sta nel considerare lo scrittore (o chiunque altro) come una persona normale, ma capace di fare magie con le parole. Così come un musicista sa farne con le note… un pasticcere con uova e farina… e via dicendo.
Però va' detto che incontrare uno scrittore può essere anche un'esperienza indimenticabile. Come lo è stato per me ieri pomeriggio. Francesca Mazzucato è una brava scrittrice e una piacevolissima oratrice. Le sue parole stampate risuonano della stessa melodia della sua voce. Ti avvolgono con la delicatezza della seta e ti lasciano addosso una bella sensazione. Ti aleggiano attorno e non se ne vanno più via. Sono una gioia, un piacere.
Non capita spesso, ma capita.
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