Nell'ultimo libro del mio scrittore preferito si legge:
"Raccontare una storia è il nostro modo per digerire ciò che ci accade. Per digerire le nostre vite. La nostra esperienza. […] Altri eventi – quelli che non riesci a digerire – ti avvelenano. Le parti peggiori della tua vita, i momenti di cui non puoi parlare, ti fanno marcire dall'interno. […] Ma le storie che riesci a digerire, che puoi raccontare… quei momenti del passato li puoi controllare. Foggiare, lavorare. Dominare. E usarli per il tuo stesso bene.
Quelle storie hanno la stessa importanza del cibo.
Le puoi usare per far ridere la gente, per farla piangere o darle la nausea. Oppure per spaventarla. Per farla sentire come ti sei sentito tu. Per contribuire a smaltire quel momento del passato, tanto per te quanto per loro. Finché quel momento non sarà morto. Consumato. Digerito. Assorbito.
È così che riusciamo a digerire tutta la merda che ci capita"
Mi è tornato in mente oggi, mentre riflettevo su quanto gli eventi tragici siano portatori di creazioni… artistiche, letterarie, cinematografiche, televisive…
E non occorre pensare ai grandi accadimenti storici. Nel nostro piccolo, nelle nostre piccole vite, tutti noi amiamo raccontare delle storie. Ci serve.
Provate a pensarci. Quando fate una nuova conoscenza, non sentite improvvisamente l'istinto di raccontagli qualcosa di molto personale? Se la persona che vi hanno appena presentato oltretutto vi piace, allora è automatico che iniziate a raccontargli di quanto stronzo fosse il vostro ex. È quasi un riflesso condizionato. E per chi avesse dei sospetti: questa abitudine non è solo femminile!
Tempo fa, ho conosciuto un tizio… dopo dieci minuti di chiacchierata, è riuscito non so come a infilare nella conversazione le sue disavventure sessuali con la da-poco-ex ragazza.
Davvero. Provate a pensarci. Ogni volta che ci capita qualcosa di intenso, pensiamo subito a come raccontarla nel modo più efficace e seducente… magari mettendo qualche nota di colore qua e là… creando un po' di atmosfera…
E più l'evento che ci coinvolge è tragico, più sentiamo il bisogno di trasmetterlo agli altri. Per condividerlo, per superarlo, per sfogarci.
Pensateci. Inconsapevolmente, siamo tutti protagonisti della storia di qualcuno… in questo stesso istante, da qualche parte, ci sarà una persona che racconta a un'altra persona una storia in cui siamo gli attori principali. Non si scappa. Perché se lo facciamo noi, allora è sicuro che lo fanno anche gli altri!
Ecco perché non mi scandalizzo quasi mai. Ma accolgo con curiosità e simpatia le storie che mi raccontano. E non mi sconvolgo quasi mai. Quando di fronte ad una tragedia globale, ci sono orde di scrittori, sceneggiatori, registi, giornalisti e artisti che, ognuno a modo suo, ce la racconta. Mi piace pensare che tutti questi racconti servano a superare. Assorbire. Digerire. E non a sfruttare. Svilire. Spolpare.
Però badate… ho detto quasi mai. Perché alle volte, santo cielo, un po' di silenzio ci starebbe proprio bene!
che te lo dico a fare!
RispondiElimina;-)
Caro Cugino, ho dovuto visitare il tuo blog per capire di cosa stessimo parlando... ma adesso posso dirti che: mio cugino una volta mi ha detto che non aveva idea di cosa fosse un blog...
RispondiEliminama sai che questa cosa la faccio anche io? e mi capita di pensarci spesso ma solo dopo che l'ho fatta! è come se fosse qualcosa che viene dal mio inconscio... un istinto umano al quale è difficile sottrarsi...! ti voglio bene scrittrice ;-)!
RispondiEliminaE' proprio quello che cercavo di dire! Raccontare delle storie è nella natura umana... lo facciamo per suscitare qualcosa, per ottenere qualcosa, per superare qualcosa... raramente lo si fa con cattiveria o con estrema malizia... il guaio è che non tutti gradiscono!
RispondiEliminaUn abbraccio, scrittore!